Dopo la liberazione di Silvia Romano, ora le speranze sono per Zaky

Dopo un anno e mezzo di prigionia, Silvia Romano è tornata libera sabato 9 maggio. Una bellissima notizia per i suoi genitori e per le persone a lei care, e per tutti noi. In questi mesi, molte organizzazioni si sono mobilitate per tenere alta l’attenzione sul rapimento della giovane cooperante italiana e per esprimere vicinanza alla sua famiglia. In Kenya, la giovane si trovava come volontaria per una Ong marchigiana per portare un aiuto concreto in Africa e inseguire le sue aspirazioni umane e professionali. In questi mesi, sono intervenuto in Consiglio comunale di Bologna per ricordare Silvia: a sei mesi e a un anno dal rapimento e il giorno del suo compleanno, per tenere viva l’attenzione, e lanciare un messaggio di vicinanza e di solidarietà alla sua famiglia.

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Coronavirus, l’emergenza è anche il lavoro

Coronavirus, l’emergenza è anche il lavoroNel periodo di grave crisi sanitaria che stiamo attraversando, si presenta una nuova esclusione che riguarda le persone che hanno perso o rischiano di perdere il lavoro, in particolare le donne e i giovani precari. In un momento storico in cui molte aziende rischiano di non riaprire o di chiudere, e con loro la perdita di posti di lavoro e con questi gli stipendi che sostengono le famiglie.

Secondo l'Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel 2020, l'Europa rischia di perdere 12 milioni di posti di lavoro a causa della crisi innescata dalla pandemia di Coronavirus. Tra i settori più a rischio, turismo e ristorazione, industria manifatturiera e vendita al dettaglio.

Oggi, 4 maggio, in Italia rientrano al lavoro 4,4 milioni di persone, di cui 1,1 milioni di donne (25,2 %) e 3,2 milioni di uomini (74,8 %). Quasi il 75% dei lavoratori che oggi tornano al lavoro sono quindi uomini (https://www.lavoce.info/archives/66106/nella-fase-2-a-casa-giovani-e-donne/). Come sarà possibile conciliare le esigenze di rientro al lavoro e di cura della famiglia ai tempi del Coronavirus?

Come Amministratori, credo importante riflettere sugli scenari futuri dell’economia del nostro paese e della nostra città. I progressi registrati negli ultimi anni sull’occupazione femminile, rischiano infatti di essere persi. E, con la chiusura della scuola, le misure previste dal Governo (bonus babysitter o estensione del congedo parentale) sono insufficienti.

I giovani e le donne sono tra le persone che faranno più fatica a rientrare nel mercato del lavoro. E la crisi sanitaria rischia di portare a una crisi economica che può trasformarsi in una gravissima crisi umana (sociale e abitativa), anche a Bologna.

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Garantire il diritto alla scuola

La scuola è stata la prima a chiudere per l’emergenza sanitaria Covid-19.

classe vuotaLa comunità educativa è stata travolta e le risposte per garantire la continuità della didattica sono avvenute a “macchia di leopardo”. La didattica a distanza è un problema complesso che purtroppo rischia di incidere negativamente sulle disuguaglianze educative e sociali, che è proprio quello che a Bologna non vogliamo e cerchiamo da sempre di contrastare in tutti i modi. C’è stata una straordinaria risposta del sistema scolastico in città nell'organizzazione della didattica online, ma ovviamente è emerso che non tutte le famiglie possono essere adeguatamente attrezzate (pensiamo alle risorse economiche ma anche educative e culturali).

A Bologna e in Emilia-Romagna il diritto allo studio è da sempre una delle priorità di intervento, ma adesso siamo anche noi in grande difficoltà. Ora che si parla di “ripartenza”, manca ancora chiarezza sulla riapertura delle scuole. Come finirà l’anno scolastico e come ripartirà la scuola a settembre? Se si riparte, anche la scuola deve ripartire, perché nella scuola c'è il futuro, immediato e prossimo, del nostro Paese. È importante che la scuola sia considerata come priorità della ripresa, con un piano chiaro e condiviso per la riapertura.

Alcuni Paesi europei hanno deciso di riaprire nidi, scuole dell’infanzia e primarie, in particolare per i figli del personale sanitario (Austria, Danimarca, Portogallo, Francia, Germania, Estonia, Lussemburgo, Polonia, Paesi Bassi, Cipro, Grecia). La maggioranza degli Stati (Italia, Finlandia, Belgio, Lituania, Spagna, Bulgaria, Romania, Ungheria, Malta, Irlanda, Repubblica Ceca, Lettonia, Croazia, Slovenia, Slovacchia) ha comunque dichiarato di prediligere un approccio graduale ‘step by step’.

In Germania, i servizi educativi per i figli dei lavoratori dei servizi pubblici essenziali sono rimasti sempre aperti. E in questi giorni sono state riaperte le classi dell’ultimo anno di scuola superiore per sostenere gli esami. In Olanda, le scuole primarie riapriranno a fine aprile e gli istituti secondari riapriranno a giugno. In Francia, le scuole accoglieranno gli studenti dal 25 maggio.

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La Giornata Mondiale Vittime dell'Amianto

pericolo amiantoDomani è la Giornata internazionale per ricordare le vittime dell’amianto. Nonostante siano passati più di 25 anni dalla sua messa a bando, in Italia di amianto si continua a morire. Nella giornata del 28 aprile 2020, alle ore 10.00 in Piazza Nettuno a Bologna, l’Associazione Familiari e Vittime Amianto Emilia Romagna assieme al Sindaco di Bologna Virginio Merola, depositeranno sotto il sacrario dei caduti della Resistenza, una Corona in ricordo di tutte le vittime dell’amianto.

A Bologna, prima città in Italia, abbiamo un piano comunale per liberare la nostra città dall’amianto entro il 2028, ma ci sono ancora più di 1.800 edifici ancora da bonificare e più di 470.000 mq di coperture in cemento amianto. Il 22 dicembre 2016, il Consiglio comunale ha approvato all’unanimità una nuova proposta per chiedere di rimuovere l’amianto dagli immobili di proprietà comunale entro la fine di questo mandato, entro il 2021.

Il Comune di Bologna è impegnato con un progetto pluriennale che va oltre il mandato per raggiungere l'obiettivo "zero amianto" e lavorare a un'idea di città sostenibile dal punto di vista ambientale e della salute, bonificando i siti a più alto rischio come scuole, ospedali, edifici pubblici, impianti sportivi.

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Carcere e Covid-19: dobbiamo ridurre il sovraffollamento per evitare una tragedia nelle carceri

La situazione del sistema carcerario italiano, di fronte al sovraffollamento e al calo di risorse, è drammatico. All'interno della Casa Circondariale di Bologna, la capienza di 500 detenuti è abbondantemente superata dalle 822 presenze.

Alcuni giorni fa a Bologna è morto un detenuto, a causa del contagio da Covid-19. È l'ennesimo dramma al quale purtroppo siamo ormai abituati nelle carceri. Questa morte pesa come una piuma nella coscienza collettiva e non basta certo a convincere i benpensanti che uno stato democratico ha il dovere di garantire condizioni di vita dignitose anche in un luogo di restrizione. Il carcere non dovrebbe infatti punire, ma rieducare. Per cercare di capire, non riesco a non prendere prima di tutto in considerazione la domanda: lasciar morire non è forse un modo, anche se non voluto e sicuramente più nascosto, di dare la morte? La Costituzione della Repubblica Italiana afferma il principio che la pena ha fini di recupero e di reinserimento sociale.

Carcere e Covid-19

Il Comune di Bologna, in questi anni, ha riattivato lo Sportello del cittadino dentro il carcere, che offre un servizio di rilascio della documentazione anagrafica. Abbiamo ripristinato all’interno del carcere cittadino la figura dell’assistente sociale che garantisce il collegamento “tra dentro e fuori”, tra il detenuto e la città, supportando i detenuti negli ultimi 6 mesi di detenzione e nei primi mesi di libertà, per favorirne il reinserimento sociale ed evitare le recidive. Abbiamo riattivato il Comitato Locale per l'esecuzione penale per mettere in rete tutte le risorse e esperienze già attive e che possono attivarsi.

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Gli invisibili senza tampone: dobbiamo estendere i tamponi anche agli operatori sociali

invisibili senza tamponeIn questi giorni in cui chiediamo ai cittadini di Bologna di restare a casa per frenare l'epidemia COVID-19, c'è chi affronta notte e giorno l'emergenza Coronavirus. Stiamo affrontando un'emergenza sanitaria, problemi di tipo economico, ma non possiamo dimenticare i servizi sociali che, a Bologna, di fronte all’emergenza, si stanno riorganizzando.

Se usciremo dalla crisi, sarà in gran parte merito di medici, infermieri e del personale degli ospedali. Sarà anche merito di educatori, assistenti sociali e volontari che continuano a occuparsi delle persone più fragili.

Le categorie da sottoporre al test, oggi, in via prioritaria, sono giustamente gli operatori sanitari, come anche i residenti nelle Rsa e nelle strutture per lungodegenti. Ma, in questi giorni in cui chiediamo ai cittadini di Bologna di restare a casa per frenare l'epidemia COVID-19, c'è chi affronta notte e giorno l'emergenza Coronavirus sul piano sociale e non solo sanitario: penso a chi lavora per le persone più fragili, in raccordo con le parrocchie e con le associazioni di volontariato. Insieme al personale medico che lavora nelle strutture sanitarie della nostra città, sono tanti gli operatori del sociale e del mondo educativo che, invece di rimanere a casa al sicuro con i propri cari, si trovano a dover fronteggiare la pandemia Coronavirus.

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