20 giugno 2020, Giornata Mondiale del Rifugiato

Nel mondo, sono 70 milioni le persone costrette a fuggire dai propri Paesi, in cerca di una vita dignitosa. Oltre 25 milioni sono rifugiati e più della metà sono bambine e bambini (dati UNHCR). Sono persone che scappano da guerre, violenza e fame.

Sono persone e, come tutti noi, hanno un volto e una storia che li conduce a lasciare il loro Paese, con viaggi pericolosi, durante i quali subiscono spesso torture e abusi.

Secondo i dati dell’Alto Commissariato ONU per i rifugiati, la Turchia continua a essere il Paese che ospita il maggior numero di persone e tra le prime dieci nazioni che accolgono c’è un solo paese europeo, la Germania. I dieci Paesi col più alto numero di profughi – tra cui quattro tra i meno sviluppati: Uganda, Sudan, Etiopia e Bangladesh – hanno ospitato complessivamente oltre 13 milioni di rifugiati.

Gli Stati hanno il diritto di gestire la migrazione attraverso i propri confini, ma hanno anche la responsabilità di ridurre al minimo la sofferenza umana. Non è più possibile tollerare politiche che causano consapevolmente sofferenze.

Il 20 giugno si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale del Rifugiato, promossa dalle Nazioni Unite.

Solo pochi giorni fa, l’11 giugno, almeno 53 migranti sono annegati dopo un naufragio al largo della Tunisia, provando a raggiungere Lampedusa. Circa la metà delle persone morte erano donne, per lo più provenienti dall’Africa subsahariana. Una donna era incinta e c’erano almeno anche tre bambini.

Sabato 13 giugno, un nuovo naufragio, al largo della Libia, con 12 persone disperse in mare, compresi due bambini.

All’inizio di aprile 2020, il Governo italiano ha stabilito che i propri porti non potevano più essere considerati “sicuri”, di fatto impedendo l’accesso alle navi delle Ong che operano nel Mediterraneo. Per questa ragione, un numero imprecisato di migranti è morto annegato.

Le strage nel Mediterraneo purtroppo continua: sono 1.283 le persone che hanno perso la vita nel 2019, secondo i dati dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e, durante i primi tre mesi del 2020, sono annegate più di 200 persone.

Dal 2000, più di 30.000 persone hanno perso la vita mentre si recavano in Europa e negli ultimi anni le operazioni di ricerca e salvataggio della società civile sono state sistematicamente sabotate e criminalizzate dagli Stati membri dell'UE.

Non si può sospendere il soccorso in mare senza un piano alternativo di ingressi in Europa. Le violazioni da parte dei Governi europei del diritto internazionale, dei principi umanitari e del diritto del mare, sono diventati ormai la normalità. E questi morti non suscitano più alcuna reazione da parte delle istituzioni nazionali e internazionali. Le crisi umanitarie, le guerre e le calamità naturali nel mondo sono destinate ad aumentare, mentre in Europa assistiamo a un indebolimento delle tutele internazionali e del rispetto dei diritti umani fondamentali.

Chi governa ha il dovere di porre fine alla strage dei migranti in mare, attivando immediatamente vie legali d'ingresso in Europa: canali umanitari sicuri e legali.

Se non vogliamo essere complici di questa strage a pochi km dalle nostre coste, l’Unione Europea deve lanciare una grande operazione di soccorso in mare al largo della Libia e garantire canali legali di accesso a tutti i profughi in fuga da guerre e persecuzioni, persone che non hanno altra possibilità che salire sui barconi della speranza.

E dobbiamo impegnarci per risolvere i conflitti che sono all’origine delle guerre in Medio Oriente e lavorare per migliorare le condizioni di vita del sud del mondo.