Dal Cie all’hub: Bologna modello di accoglienza

Da centro di identificazione ed espulsione con condizioni di vita (e di lavoro) inaccettabili, a hub regionale dove fare vera accoglienza per profughi e richiedenti asilo. Quella per la chiusura del Cie di Bologna è stata una delle battaglie più intense di questi miei cinque anni da consigliere comunale. Una battaglia iniziata più di tre anni fa, con un primo intervento in Consiglio comunale dopo le denunce di Medici per i diritti umani e della Garante delle persone detenute in Emilia-Romagna.

“Credo sia il momento opportuno per chiedere con forza di chiudere definitivamente il Cie di Bologna, una struttura che rappresenta non solo un pericolo per le persone ma anche un costo sociale e economico enorme – dicevo allora –. Il Cie è un luogo di degrado, di violazione dei diritti umani. L'emergenza sanitaria e di igiene pubblica, cosi come prevede la legge, impegna tutti noi a chiedere la chiusura immediata del Cie. Possiamo farlo”.

Ed, effettivamente, a marzo del 2013, primo in Italia, il Cie di Bologna è stato chiuso. L’entusiasmo è durato però pochi mesi, fino a quando la prefettura ha manifestato l’intenzione di riaprirlo, indicendo una gara al massimo ribasso su una base d’asta di 30 euro al giorno: una cifra che non avrebbe consentito a nessuno di lavorare nel rispetto della dignità umana.

Bisognava evitare nuove sofferenze, nuove violazioni dei diritti, ulteriore spreco di denaro. Per questo ho promosso una petizione su Change.org, che in poco tempo ha raccolto oltre 1.700 firme, recapitate al ministro dell'Interno Alfano. Per sostenerla ho organizzato iniziative pubbliche e una conferenza stampa con l’onorevole Sandra Zampa, l’assessore Amelia Frascaroli e l’ex ministro Cecile Kyenge.

Tutta la città ha chiesto con forza di non riaprire il Cie e, a luglio del 2014, abbiamo vinto davvero: il centro di via Mattei, come annunciavo in Consiglio comunale, sarebbe diventato un luogo di accoglienza per chi è costretto a scappare dalla fame e dalla guerra. E così è oggi: un hub dove prestare assistenza sociale e sanitaria e iniziare a insegnare l’italiano, in attesa che una commissione decida se accogliere le richieste di asilo.

Con la chiusura del Cie, Bologna ha costruito un progetto di accoglienza diverso, che garantisce diritti e umanità a chi ha bisogno di protezione. Un esempio per tutta Italia, ma non solo: perché da Bologna, può partire una battaglia di civiltà per la chiusura di tutti i Cie in Europa, trasformando l'emergenza profughi in politiche concrete di accoglienza e di cittadinanza per tutti.