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Bologna, allarme suicidi in carcere

Bologna, allarme suicidi in carcereSono 992 le persone che, dal 2000 ad oggi, si sono suicidate in carcere in Italia. Nel 2017, in Emilia-Romagna, sette detenuti si sono tolti la vita.

E sono numerosi i detenuti che tentano il suicidio e che vengono salvati dagli agenti di polizia penitenziaria o dai compagni di cella, senza che la cosa faccia troppo notizia.

Il momento che segue la convalida dell'arresto o dell'esecuzione della custodia cautelare è il più critico, perché vengono a mancare tutti i punti di riferimento, tutti i destinatari di provvedimenti dovrebbero essere sorvegliati a vista nei primi giorni di detenzione. Ma il personale di Polizia Penitenziaria è sempre meno come anche gli educatori in servizio.

La Corte europea dei diritti umani, nel 2013 con la sentenza Torreggiani ha condannato l’Italia per la violazione dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani (CEDU). E le “celle aperte”, cioè senza mandate per otto ore al giorno, consentono ai detenuti la libertà di muoversi nelle sezioni e negli eventuali spazi comuni. È una rivoluzione irreversibile, tornare indietro non è soltanto contro la legge ma soprattutto contro i diritti del detenuto. Lo stesso ordinamento penitenziario all’articolo 6 definisce le celle camere destinate al solo pernottamento, è il cosiddetto “regime aperto” che ci adegua ai dettami europei di dignità umana. Uno stato democratico infatti ha il dovere di garantire condizioni di vita dignitose anche in un luogo di restrizione. Il carcere non dovrebbe infatti punire, ma rieducare.

Con il via libera del Consiglio dei ministri ai tre decreti attuativi su minori, lavoro e giustizia riparativa, si è conclusa la fase preliminare della riforma sull'ordinamento delle carceri. La speranza è di portare avanti una riforma storica, per allargare il campo delle misure alternative alla detenzione, la cui capacità di ridurre la recidiva e dunque di garantire maggiore sicurezza ai cittadini è ampiamente dimostrata. Una riforma che deve poter avvicinare la vita penitenziaria a quella esterna, garantire una maggiore tutela del diritto alla salute fisica e psichica. L’obiettivo è ridurre la recidiva.

Il carcere non è extraterritoriale, una terra di confine senza relazioni con la città, ma è parte della città di Bologna, e l’esperienza del carcere deve proporsi come un tempo di riprogettazione di vita, ad esempio attraverso l'opportunità di imparare un mestiere.

Ci sono esperienze che confortano questa prospettiva: l'esperienza musicale del coro diretto dal maestro Napolitano; il laboratorio sartoriale operante all’interno della sezione femminile; il laboratorio per il trattamento di materiali elettronici in collaborazione con l'azienda Hera; l'officina meccanica promossa dalle imprese metalmeccaniche bolognesi IMA, GD e Marchesini Group; la serra per la produzione agricola e il nuovo caseificio.

Da parte nostra, occorre valorizzare queste esperienze e moltiplicarle. Serve un impegno attivo delle istituzioni, una collaborazione con le realtà economiche, le cooperative sociali e le associazioni di volontariato. Occorre che il carcere possa essere vissuto come dovere, ma anche come diritto di pagare per un’azione ingiusta commessa nei confronti della società, di cui si è però legittimamente ancora parte, e c’è la necessità che anche questa esperienza drammatica lasci intravedere una prospettiva, un futuro possibile.